Oggi voglio parlarvi di un tema che spesso viene relegato ai tecnicismi delle aule di tribunale, ma che in realtà tocca la carne viva della nostra democrazia e la libertà di ogni singolo cittadino: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Ho deciso di espormi e di spiegare le ragioni del mio “Sì” perché credo fermamente che questa riforma sia l’unico modo per garantire un processo davvero equo. Non è una questione politica, o almeno non nel senso partitico del termine. È, prima di tutto, un principio di civiltà.
Dobbiamo partire da un dato di fatto storico e giuridico fondamentale: il vecchio processo inquisitorio di stampo fascista non c’è più. Fortunatamente, quel sistema in cui l’accusa aveva un potere sovrastante è stato archiviato. Con la riforma Vassalli abbiamo introdotto nel nostro ordinamento il processo accusatorio.
Cosa significa? Significa che la prova si forma nel dibattimento, davanti a un giudice che deve essere imparziale. A sancirlo definitivamente è stata la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, che ha imposto la figura del “giudice terzo”. La Costituzione ci dice che chi giudica deve essere equidistante dalle parti.
Eppure, nella pratica, questa terzietà è zoppa.
Il problema risiede nel fatto che, ancora oggi, il pubblico ministero (chi accusa) e il giudice (chi decide) vivono sotto lo stesso tetto professionale. Appartengono alla stessa “casa”. Pubblico ministero e avvocato difensore dovrebbero essere figure paritarie che si confrontano davanti a un arbitro imparziale. Invece, l’arbitro e una delle due squadre in campo indossano la stessa maglia.
Come possiamo pretendere una reale imparzialità psicologica e formale se giudice e PM sono colleghi di scrivania?
La separazione delle carriere aumenterebbe l’imparzialità proprio rompendo questo legame improprio. La situazione attuale, infatti, mina la serenità del giudizio perché oggi i pubblici ministeri fanno parte dello stesso ordinamento dei magistrati giudicanti. Sono soggetti reciprocamente allo stesso potere disciplinare e alle stesse dinamiche per l’assegnazione degli incarichi direttivi. Si giudicano a vicenda, si promuovono a vicenda. È un cortocircuito che non possiamo più permetterci.
Se un cittadino entra in un’aula di tribunale, deve avere la certezza assoluta che il giudice che ha di fronte non abbia alcuna contiguità culturale o professionale con chi lo sta accusando. Il giudice deve essere un soggetto completamente altro rispetto all’accusa, esattamente come lo è rispetto alla difesa.
Voglio essere chiaro su un punto: questa non è una riforma contro la magistratura. Al contrario, è una riforma per la magistratura, per restituirle quella credibilità che passa necessariamente attraverso la trasparenza dei ruoli. Questa è una battaglia di libertà, non è una battaglia di potere.
Riguarda la libertà di essere giudicati senza pregiudizi. Riguarda la garanzia che lo Stato, quando esercita il suo potere più forte – quello di limitare la libertà personale – lo faccia con il massimo delle garanzie.
Per questo vi invito ad andare a votare e a votare Sì. Non lasciamo che questa occasione vada persa. Scegliamo di completare quel percorso di civiltà iniziato anni fa e diamo finalmente ai cittadini italiani il “giusto processo” che la nostra Costituzione ci promette.
