Pensionati poveri in ItaliaPensionati poveri in Italia

L’attesa per la rivalutazione delle pensioni nel 2026 si sta trasformando nell’ennesima illusione ottica per milioni di pensionati italiani. Se da una parte l’adeguamento all’inflazione promette un timido incremento degli assegni, stimato attorno all’1,4%, dall’altra si profila una “tassa occulta” pronta a divorare quel minimo vantaggio: le addizionali regionali e comunali.

Mentre l’attenzione mediatica si concentra spesso sulle aliquote Irpef nazionali dei redditi medio-alti, il vero salasso avviene a livello locale. Regioni e comuni, alle prese con bilanci sempre più stretti e tagli ai trasferimenti statali, utilizzano la leva fiscale per fare cassa. A farne le spese, come accade ciclicamente in Italia, sono le fasce più deboli, quelle che avrebbero maggiormente bisogno di ossigeno e che invece si ritrovano, ancora una volta, a dover tirare la cinghia.

Il meccanismo della beffa: aumenti divorati dalle tasse

Il calcolo è semplice quanto amaro. La perequazione prevista per il 2026 porterà nelle tasche dei pensionati poveri pochi euro in più al mese. Tuttavia, questo leggero aumento del lordo rischia di essere del tutto vanificato, se non addirittura superato, dall’incremento del prelievo fiscale locale.

Molte regioni hanno già deliberato o stanno valutando ritocchi verso l’alto delle aliquote per coprire i disavanzi della sanità. Allo stesso modo, numerosi comuni, sbloccati i limiti normativi, stanno rivedendo le addizionali all’insù. Il risultato è paradossale:

  • Il pensionato riceve un aumento nominale per far fronte al carovita.
  • L’aumento del reddito lordo fa scattare una tassazione locale più incisiva.
  • Il netto in busta paga rimane invariato o, nel peggiore dei casi, diminuisce.

Non si tratta di grandi cifre per lo stato, ma per chi vive con una pensione minima o medio-bassa, quei 10 o 20 euro “scippati” dal fisco locale fanno la differenza tra arrivare a fine mese con dignità o in affanno.

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Redditi bassi sempre al palo

La narrazione politica spesso dimentica che le addizionali sono tasse regressive negli effetti pratici: pesano proporzionalmente di più su chi ha meno margine di manovra. Chi percepisce un reddito basso non ha strumenti per difendersi, non può delocalizzare, non ha scudi fiscali. È un contribuente fedele e “catturato”, costretto a subire decisioni prese a livello locale senza alcuna reale rappresentanza che ne tuteli gli interessi specifici.

In Italia sembra vigere una regola non scritta: i sacrifici ricadono sempre sulla base della piramide sociale. Mentre si discute di grandi riforme fiscali che spesso avvantaggiano i redditi medio-alti, i pensionati al minimo restano al palo, in attesa di un cambiamento strutturale che viene promesso a ogni campagna elettorale ma che non si concretizza mai.

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Nessuno difende i pensionati invisibili

Il vero dramma del 2026 non sarà solo economico, ma sociale. C’è una vasta platea di cittadini che si sente abbandonata. Sindacati e politica sembrano aver perso la connessione con la realtà quotidiana di chi vede la propria pensione erosa non solo dall’inflazione reale (ben più alta di quella certificata dall’Istat), ma anche da un federalismo fiscale che si è trasformato in una gara a chi tassa di più.

La mancanza di una voce forte che difenda queste categorie fa sì che nulla cambi. I pensionati continuano a pagare, sperando che il prossimo anno sia diverso, mentre il potere d’acquisto si sgretola silenziosamente sotto il peso di addizionali spesso sottovalutate, ma terribilmente efficaci nel svuotare le tasche dei più fragili.

Di Giuseppe Cianci

Ciao, sono Giuseppe Cianci, fotografo, scrittore e… webmaster, sono nato nel 1958 ad Avola. Da sempre amo esplorare e raccontare il mondo che mi circonda...