C’è qualcosa di profondamente osceno nei numeri che rimbalzano da Wall Street in questi giorni. Sergey Brin, co-fondatore di Google, è diventato il terzo uomo più ricco del pianeta. Il suo patrimonio ha toccato i 255,6 miliardi di dollari, spinto da un accordo strategico tra Alphabet e Apple che porterà l’intelligenza artificiale di Gemini sugli iPhone. Una stretta di mano digitale che ha proiettato la capitalizzazione di mercato di Alphabet oltre i 4.000 miliardi di dollari.
Lassù, nell’iperuranio della Silicon Valley, la ricchezza non si conta più, si pesa. Si accumula per inerzia, per speculazione, per promesse di un futur0 tecnologico radioso. Ma se abbassiamo lo sguardo dai monitor dei listini azionari e guardiamo l’asfalto delle nostre città, la realtà ha un sapore decisamente più amaro, molto più amaro.
Il paradosso della forbice sociale
Mentre i giganti del tech brindano al nuovo “petrolio digitale”, in Italia e nel resto dell’occidente la classe media scivola silenziosamente verso la soglia di povertà. Non è retorica populista, è matematica. L’inflazione erode i salari, il potere d’acquisto si sgretola e il lavoro, quello onesto e duro, non garantisce più la sopravvivenza, figuriamoci la dignità. Si quella dignità scritta sulla Costituzione della nostra bella Italia, ma di cui nessun politico parla.
Siamo di fronte a un’accelerazione brutale della disuguaglianza. Da una parte ci sono Larry Page, Elon Musk e Sergey Brin, che vedono i loro conti correnti gonfiarsi di miliardi in poche ore soltanto perché un titolo in borsa è salito. Dall’altra c’è chi fa i conti con il carrello della spesa, costretto a rinunce umilianti. Questa distanza siderale non è solo un problema economico: è una bomba a orologeria sociale.
L’illusione del lusso e la rabbia delle periferie
Il vero corto circuito avviene nella mente, prima ancora che nel portafoglio. Viviamo in una società vetrina, dove i media e i social network bombardano costantemente le nuove generazioni con immagini di un lusso sfrenato, accessibile a pochi eletti (auto di lusso e mostre di moda firmata sono raccontate ogni giorno persino dai Tg ogni giorno). I ragazzi delle nostre periferie, emarginati e senza prospettive concrete, scorrono sui loro schermi vite che non potranno mai permettersi lavorando otto ore al giorno in un magazzino o in un call center.
Quando il patto sociale si rompe, ovvero quando il lavoro non premia più e la fatica non porta al benessere, subentra la legge della giungla. È qui che la povertà si trasforma in criminalità. Non è difficile tracciare una linea retta tra l’aumento dei furti, delle rapine e della violenza urbana e la disperazione di chi si sente escluso dalla festa. Al Governo vorrei dire che,se non mettete più soldi nelle tasche di chi non arriva a fine mese, non c’è decreto sicurezza che possa fermare questa forma di protesta violenta.
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La violenza come scorciatoia
Per molti giovani che si sentono messi all’angolo, la violenza diventa l’unico ascensore sociale rimasto funzionante. Se il sistema ti dice che “sei quello che possiedi” e allo stesso tempo ti nega i mezzi leciti per possedere, la tentazione di prendersi tutto con la forza diventa irresistibile.
L’aumento della microcriminalità nelle nostre strade non è un fenomeno meteorologico inspiegabile: è il figlio legittimo di questa disparità. È la risposta rabbiosa di chi vede passare il treno dei 4.000 miliardi di Alphabet e capisce che per lui non c’è posto nemmeno nel vagone merci.
Finché la politica e l’economia globale continueranno a celebrare i record di pochi ignorando la fame di molti, non dovremo sorprenderci se le nostre città diventeranno sempre più insicure. L’intelligenza artificiale potrà anche risolvere problemi complessi e scrivere codici perfetti, ma non saprà mai calcolare quanto pesa la rabbia di chi non ha nulla da perdere.
