Il parlamento ha approvato la legge di bilancio 2026 e la premier Giorgia Meloni esulta sui social, definendola una manovra “seria e responsabile”, focalizzata su famiglie, lavoro e sanità. Leggendo queste dichiarazioni, però, non posso fare a meno di provare un senso di profonda delusione, la stessa che accomuna molti elettori che, come me, avevano creduto in un cambiamento reale.
A distanza di tre anni dall’insediamento di questo governo, il bilancio per le tasche dei cittadini comuni è amaro. Le grandi battaglie identitarie sbandierate in campagna elettorale sono state sistematicamente disattese. Dove è finita l’abolizione della legge Fornero? Che fine ha fatto il taglio strutturale delle accise sui carburanti? La realtà è che queste promesse si sono scontrate con il muro del “contesto complesso” e della necessità di tenere i conti in ordine.
Tuttavia, il governo sembra non aver compreso un concetto fondamentale: alle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese non importa nulla del rapporto deficit-Pil o dei plausi delle agenzie di rating. I conti in ordine non si mangiano. La stabilità macroeconomica non paga le bollette né riempie il carrello della spesa.
Il miraggio del taglio Irpef per il ceto medio
Uno dei cavalli di battaglia di questa manovra è il proseguimento della riduzione dell’Irpef, estesa ora anche al ceto medio. Ma analizzando i numeri, emerge una realtà ben diversa dalla narrazione ufficiale. Chi guadagna tra i 28mila e i 199mila euro l’anno non ha un bisogno vitale di quel 2% in meno di tasse.
È un paradosso matematico e sociale: il risparmio fiscale aumenta man mano che cresce il reddito, raggiungendo il suo massimo per chi guadagna dai 50mila euro in su. Al contrario, per i redditi bassi, quelli fino a 15mila euro, non è cambiato nulla. Pagavano il 23% prima e continuano a pagarlo oggi, restando esclusi dai benefici reali della riforma fiscale proprio quando ne avrebbero più bisogno.
L’ingiustizia tra lavoratori e pensionati
Un altro punto dolente riguarda la disparità di trattamento tra lavoratori attivi e pensionati. Il governo ha approvato la detassazione dei rinnovi contrattuali per i lavoratori fino a 33mila euro, un provvedimento che garantisce, ad esempio, una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti.
Perché non applicare la stessa logica ai pensionati che percepiscono fino a 33mila euro l’anno? La perequazione annuale, quel misero adeguamento all’inflazione, viene tassata all’aliquota piena del 23% (o superiore). Se un lavoratore paga il 5% su 100 euro di aumento, perché un pensionato deve pagarne il 23% su 14 euro di adeguamento? È una scelta che definire vergognosa è riduttivo e che colpisce una fascia di popolazione già fragile.
Il costo della vita e l’emergenza sanitaria
Mentre si discute di percentuali e di bilanci, la vita reale diventa insostenibile. Aumenta tutto: il diesel per andare a lavorare, le assicurazioni auto, i pedaggi autostradali. Anche i beni di prima necessità come carne, frutta e verdura hanno prezzi ormai proibitivi.
In questo scenario, la sanità pubblica, che la premier dice di voler rafforzare, è al collasso. Con il potere d’acquisto eroso da un’inflazione che non perdona e stipendi e pensioni che non crescono adeguatamente, la gente è costretta a fare scelte drammatiche, arrivando persino a rinunciare alle cure. Non possiamo lamentarci se la salute degli italiani peggiora quando curarsi diventa un lusso e fare la spesa un’impresa.
La sensazione, per chi ha votato questo esecutivo sperando in una svolta, è che l’attenzione sia rivolta più ai numeri della finanza che alle persone in carne ed ossa. E dopo tre anni, la pazienza è finita.
