C’è un articolo della nostra Costituzione che dovrebbe campeggiare su ogni scrivania di ogni politico, su ogni banco di scuola, su ogni bacheca di municipio: l’articolo 3. È la colonna vertebrale della nostra democrazia, il manifesto civile dell’uguaglianza e della dignità. Eppure, oggi più che mai, sembra essere il grande assente nel discorso pubblico e nell’azione concreta di chi governa.
Il primo comma dell’articolo 3 è chiaro come la luce del sole:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Parole forti, scolpite nel marmo della Repubblica, che sanciscono un principio universale: nessuno è più di un altro. Nessuno può essere discriminato. Nessuno deve sentirsi escluso.
Ma è il secondo comma, spesso trascurato, a rendere questo articolo davvero rivoluzionario:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Non è una frase di contorno. È una missione. Un obbligo morale e istituzionale. La Repubblica, cioè lo Stato, i suoi rappresentanti, i suoi funzionari, i suoi ministri, hanno il dovere di agire attivamente per eliminare le disuguaglianze, non solo di riconoscerle. Hanno il dovere di spezzare le catene dell’ingiustizia sociale, di aiutare chi è più debole, chi è rimasto indietro, chi è ai margini.
Oggi, invece, si fa il contrario.
Mentre aumentano i divari tra ricchi e poveri, mentre le pensioni minime restano da fame e i salari si consumano come carta sotto la pioggia dell’inflazione, mentre si tagliano fondi alla sanità pubblica e si moltiplicano i privilegi di chi è già garantito, chi governa si dimentica di quell’articolo.
Anzi, si agisce spesso contro il suo spirito: si penalizza chi ha meno, si colpevolizza chi non ce la fa, si legifera per i forti. Si strizza l’occhio agli interessi delle élite e si chiudono le orecchie al grido sommesso di chi non arriva a fine mese.
L’articolo 3 non è solo una dichiarazione di principio: è una bussola etica e politica, un invito all’equità, un imperativo che pretende azioni concrete. Dove sono oggi quelle azioni? Dove sono le politiche che rimuovono gli ostacoli? Dove sono i provvedimenti che ristabiliscono pari dignità tra chi vive nelle periferie e chi nei salotti del potere?
Se la politica fosse ancora ispirata dalla Costituzione — non solo a parole, non solo in occasione delle commemorazioni — l’articolo 3 sarebbe il centro del dibattito, la misura di ogni legge, il metro con cui giudicare ogni decisione.
È tempo di riportarlo al centro. Di pretenderlo, di citarlo, di ricordarlo. Perché una Repubblica che non rimuove gli ostacoli è una Repubblica che tradisce sé stessa. E i cittadini non possono più permettersi di essere spettatori di questo tradimento.
“Una Costituzione, se non vive nei cuori e nelle azioni del popolo, resta solo carta stampata.”
Facciamo vivere davvero l’articolo 3. Prima che diventi solo una bella frase incisa su una targa impolverata.
