L’autunno scorso sembrava dover portare una boccata d’ossigeno per le famiglie italiane. Si parlava con insistenza della detassazione delle tredicesime, presentata come un intervento chiave «a favore del ceto medio» per rilanciare i consumi natalizi e dare dignità ai redditi erosi dall’inflazione. Eppure, a conti fatti, quella misura è svanita nel nulla.
Nessuna traccia nel Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles, nessuna riga nel disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri, nessun emendamento salvifico nel passaggio parlamentare. Che fine ha fatto quella promessa? E perché, ancora una volta, la classe medio-bassa si sente abbandonata?
Dalle ipotesi alla realtà: cronaca di una sparizione
Le ipotesi circolate nei mesi scorsi erano diverse e avevano acceso le speranze di molti lavoratori dipendenti. Si era discusso di varie possibilità:
- Un’esenzione totale dall’Irpef sulla mensilità aggiuntiva.
- L’applicazione di un’imposta sostitutiva agevolata (una sorta di flat tax al 10% o 15%).
- Un «bonus tredicesima» forfettario fino a 100 euro (poi ridotto e vincolato a requisiti strettissimi, fino a diventare quasi irrilevante per la massa).
La verità tecnica è che queste misure non sono state «tolte» all’ultimo minuto: semplicemente non sono mai state inserite. Il motivo è il solito, vecchio scoglio della finanza pubblica italiana: la mancanza di coperture. Di fronte alla necessità di far quadrare i conti con l’Europa, il governo ha scelto di sacrificare l’aiuto diretto sulla gratifica natalizia, lasciando le famiglie con redditi medio-bassi a fare i conti con un potere d’acquisto sempre più debole.
Sessant’anni di «lotta alle disuguaglianze»: un mantra vuoto?
La frustrazione diffusa non nasce solo da questo singolo episodio, ma da una percezione di ingiustizia sistemica che dura da decenni. Non è una questione legata a un singolo colore politico: sono sessant’anni che in Italia si parla di lotta all’evasione fiscale e sostegno alle fasce deboli.
Tuttavia, i dati e la percezione comune raccontano una storia diversa. La forbice sociale si allarga: chi è ricco riesce spesso a sfruttare meccanismi di elusione o rendite finanziarie che crescono più dell’economia reale, mentre chi vive di reddito da lavoro dipendente o pensione – il famoso ceto medio e medio-basso – rimane l’unico vero bancomat sicuro per lo Stato.
Il povero fatica sempre di più a risalire la china, bloccato da un ascensore sociale guasto, mentre la pressione fiscale reale su chi lavora e produce rimane tra le più alte d’Europa, soffocando ogni aspirazione di miglioramento economico.
Perché il popolo italiano non cambia il sistema?
La domanda che molti si pongono, con amarezza, è: «Ma che Paese è questo? Perché non si fa nulla per cambiare?». La mancata reazione collettiva di fronte a un sistema che sembra premiare sempre “chi sta bene” è forse il sintomo più grave del malessere italiano.
Ci sono diverse chiavi di lettura per questa immobilità:
- La rassegnazione: anni di promesse mancate hanno generato un cinismo difensivo. Non si crede più che la politica, di destra o di sinistra, abbia davvero il potere o la volontà di cambiare le cose.
- La frammentazione sociale: ognuno cerca di salvarsi da solo, nel proprio piccolo, perdendo di vista la forza dell’azione collettiva.
- La paura del peggio: in un’economia precaria, la paura di perdere quel poco che si ha spesso paralizza la volontà di rischiare per chiedere di più.
La vicenda della detassazione delle tredicesime non è che l’ultimo capitolo di un libro già letto. Senza una riforma strutturale che sposti davvero il carico fiscale dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, e senza una lotta all’evasione che vada oltre gli slogan, il ceto medio-basso continuerà a sperare in un cambiamento che non arriva, mentre il divario sociale continuerà inesorabilmente a crescere.
