La guida suprema iraniana, l'Ayatollah Ali KhameneiLa guida suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei

Non si era mai visto nulla di simile in Iran. Quella che è iniziata negli ultimi giorni di dicembre 2025 come un’ondata di malcontento per il carovita si è trasformata, nelle prime settimane di gennaio 2026, in una sfida esistenziale per la teocrazia di Teheran.

Un punto di non ritorno per la Repubblica Islamica

Se le proteste del 2022 legate a Mahsa Amini erano nate da una richiesta di diritti civili e libertà sociale, le manifestazioni odierne hanno una radice diversa e forse più pericolosa per il regime: la disperazione economica unita al rifiuto totale del sistema politico. Quando un popolo viene affamato è normale che scenda in piazza e chieda delle risposte immediate, un cambiamento immediato.

Le piazze di tutte le 31 province iraniane, infatti, sono invase da una folla eterogenea. Non ci sono solo studenti e giovani donne, ma anche operai, pensionati e, fatto cruciale, i mercanti del bazar, storicamente una base di sostegno del clero sciita.

Le cause scatenanti: dall’economia alla politica

Cosa c’è dietro a questa esplosione di rabbia? La miccia è stata accesa da una crisi economica devastante. L’inflazione è fuori controllo e la svalutazione del rial ha polverizzato il potere d’acquisto delle famiglie. La decisione del governo di aumentare i prezzi del carburante e di approvare una legge di bilancio che prevede aumenti salariali nettamente inferiori al tasso di inflazione ha rotto il patto sociale.

Tuttavia, gli slogan sono cambiati rapidamente. Dalle richieste di pane e lavoro si è passati a canti apertamente politici e rivoluzionari. I manifestanti non chiedono riforme; chiedono la fine della Repubblica Islamica. Slogan come “Morte al dittatore” (riferito alla Guida Suprema Ali Khamenei) e inneggiamenti, per la prima volta così diffusi, alla dinastia Pahlavi, segnalano un cambiamento ideologico profondo, perchè evidentemente gli iraniani sono stufi, sono alla fame, alla disperazione. La legittimità dello Stato teocratico sembra essersi sgretolata non solo tra i riformisti, ma anche tra i ceti più poveri e religiosi che si sentono traditi.

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Una repressione brutale e il contesto internazionale

La risposta del regime è stata spietata. Le forze di sicurezza, inclusi i Guardiani della Rivoluzione, hanno risposto con il fuoco vivo, causando centinaia di morti e migliaia di arresti. Sono stati segnalati assalti agli ospedali per arrestare i feriti e un blackout quasi totale di internet per impedire al mondo di vedere le immagini del massacro.

A complicare il quadro c’è la tensione geopolitica. L’isolamento regionale dell’Iran e le minacce di un possibile intervento o di nuove sanzioni durissime da parte degli Stati Uniti, con la retorica aggressiva dell’amministrazione Trump, mettono Teheran all’angolo. Il governo accusa, come da copione, agenti stranieri e Israele di fomentare i disordini, ma la natura spontanea e capillare della rivolta smentisce la narrazione del “complotto esterno”.

Perché questa volta è diverso

Gli analisti concordano: siamo di fronte a uno scenario inedito. La convergenza tra la classe media urbana, i lavoratori impoveriti e i tradizionalisti delusi ha creato un fronte unito che il regime fatica a contenere con i metodi tradizionali. La paura sembra essere svanita, sostituita dalla convinzione che non ci sia più nulla da perdere.

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L’Iran del 2026 è una polveriera. Non è più solo una protesta, ma un movimento che mira a cancellare l’assetto istituzionale del 1979, spingendo il Paese verso un futuro incerto ma inevitabilmente diverso.

Di Giuseppe Cianci

Ciao, sono Giuseppe Cianci, fotografo, scrittore e… webmaster, sono nato nel 1958 ad Avola. Da sempre amo esplorare e raccontare il mondo che mi circonda...