Mi sono fermato un attimo a scorrere uno dei tanti feed online questa mattina e ho provato una sensazione strana, quasi di vertigine. Era tutto bellissimo. Troppo bellissimo.
Viviamo in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è entrata a gamba tesa nella nostra quotidianità, ritoccando non solo i nostri flussi di lavoro, ma la nostra stessa percezione estetica. Vedo video generati con una fluidità irreale, foto con una luce divina che non esiste in natura, volti simmetrici privi di pori. Siamo circondati da una perfezione tecnica ineccepibile. Eppure, più guardo questi contenuti impeccabili, più sento un vuoto.
Ci stiamo chiedendo sempre più spesso: ci serviva davvero tutta questa perfezione?
La noia dell’impeccabile
C’è un motivo se stiamo assistendo a un forte desiderio di ritorno al “brutto ma vero”. La perfezione dell’IA, per quanto affascinante, è asettica. È pulita, levigata, senza attrito. E l’assenza di attrito, paradossalmente, elimina l’emozione.
Quando guardo un’immagine generata dall’IA, il mio cervello la registra come un dato visivo piacevole, ma il mio cuore non mi manda nessuna emozione. Manca il contesto, manca l’errore umano, manca quel dettaglio fuori posto che ti fa dire: “Io c’ero, è successo davvero”. L’IA non conosce la fatica di scattare una foto in condizioni di luce pessima, né la gioia caotica di un video mosso perché ridevi troppo mentre riprendevi.
In questi giorni mi son divertito, per esempio, a modificare, con l’utilizzo dell’IA, una mia vecchia foto da piccolo, in bianco e nero, in un breve video in cui muovevo il mio corpicino e con la manina salutavo. L’effetto immediato è stato: Wow! Incredibile quello che si riesce a fare oggi con l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Poi ho riflettuto un po e mi son detto: “però, quasi quasi parla più quella foto fissa in bianco e nero che questo video così perfetto”.
Il potere comunicativo dell’errore
Ho ripreso in mano vecchie foto digitali di dieci, quindici anni fa. Quelle fatte con le prime compattine o con i telefoni che avevano fotocamere ridicole rispetto a oggi. Sono sgranate, i colori sono spesso sbagliati, ci sono occhi rossi e inquadrature storte. Sono, tecnicamente parlando, “brutte”.
Ma quanto comunicano? Tantissimo
In quel video sfocato del concerto, dove l’audio gracchia e non si vede quasi nulla, c’è tutta l’energia di quella sera. In quella foto sovraesposta scattata in spiaggia c’è il calore del sole che l’IA non può replicare, perché l’IA calcola la luce, non la “sente”. L’errore tecnico era la prova della nostra presenza. Il difetto era la garanzia di verità.
Perché vogliamo tornare al reale
Credo che la saturazione da contenuti sintetici ci stia spingendo verso una nuova forma di ribellione estetica. Vogliamo vedere la grana della pellicola (o dei sensori scadenti), vogliamo vedere il disordine sullo sfondo di una stanza, vogliamo sentire voci che incespicano e non dizione sintetica perfetta.
Il “brutto ma vero” sta diventando il nuovo lusso. In un mondo dove chiunque può generare un tramonto mozzafiato scrivendo un prompt, la foto sfocata di un momento banale diventa preziosa perché è irripetibile. Non è generabile. È accaduta.
Forse è arrivato il momento di smettere di chiedere all’IA di correggerci la vita. Lasciamo i difetti, teniamoci le sbavature. Perché alla fine, sono proprio quelle imperfezioni a raccontare chi siamo davvero. E in un mare di perfezione artificiale, essere umanamente imperfetti è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. Secondo me è sbagliato cercare di apparire perfetti a tutti i costi!
