Non è più solo una questione di “forbice” che si allarga. Quella che stiamo osservando in Italia è una vera e propria secessione economica dei vertici dalla base della piramide sociale. I dati diffusi da Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos non sono solo numeri: sono la radiografia di un fallimento sistemico.
Nell’ultimo anno, mentre milioni di famiglie facevano i conti con l’erosione del potere d’acquisto, la ricchezza dei miliardari italiani è cresciuta, in termini reali, di 150 milioni di euro al giorno. Un accumulo totale di 54,6 miliardi in soli dodici mesi. Una cifra che, da sola, basterebbe a finanziare intere manovre economiche statali, ma che invece resta concentrata nelle mani di pochissimi.
L’accaparramento della ricchezza nazionale
Il dato più sconcertante non è la ricchezza in sé, ma la dinamica predatoria degli ultimi quindici anni. Di tutto l’incremento di ricchezza generato in Italia in questo lasso di tempo, il 91% è finito nelle casse del 5% più ricco della popolazione.
E alla metà più povera del Paese? Le briciole. Appena il 2,7%.
Questo significa che l’ascensore sociale non è solo fermo: è precipitato. Oggi, il 5% delle famiglie più facoltose possiede metà della ricchezza nazionale intera. Siamo di fronte a un’oligarchia finanziaria che drena risorse mentre il tessuto sociale si sfilaccia.
Il dramma dei redditi netti: lavorare non basta per vivere
Il vero nodo critico, che rende questo scenario “insostenibile”, risiede nella distribuzione dei redditi netti. La narrazione politica si concentra spesso sul PIL o sull’occupazione nominale, nascondendo una verità amara: in Italia, avere un lavoro non garantisce più l’uscita dalla povertà.
Il sistema fiscale attuale e la struttura del mercato del lavoro hanno creato un paradosso crudele. Da un lato, i redditi da capitale e le grandi rendite godono spesso di regimi fiscali agevolati o di meccanismi di elusione, dall’altro, i redditi da lavoro dipendente sono compressi tra salari lordi stagnanti e una tassazione che erode il “netto” in busta paga.
Il risultato è la figura del working poor: persone che lavorano, ma che a fine mese non hanno risorse sufficienti per un’esistenza dignitosa. Le famiglie in affitto, quelle con figli minori e quelle di origine straniera sono le vittime sacrificali di un sistema che non redistribuisce, ma concentra.
Una stasi colpevole
Il comunicato di Oxfam parla di una “stasi sconfortante” riferendosi ai primi due anni del Governo Meloni. I numeri sono impietosi: 5,7 milioni di individui (2,2 milioni di famiglie) vivono in povertà assoluta.
Non si tratta di una crisi passeggera, ma di una condizione strutturale che la politica sembra aver accettato come un ineluttabile effetto collaterale. L’assenza di misure universalistiche di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti sull’abitare trasformano la povertà da condizione transitoria a condanna a vita.
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Cosa serve davvero: equità, non elemosina
Di fronte a 150 milioni di euro di profitti giornalieri per pochi eletti, le politiche dei “bonus” una tantum appaiono come un insulto all’intelligenza dei cittadini.
Per invertire la rotta non servono palliativi, ma riforme strutturali coraggiose:
- Fisco progressivo reale: Spostare il carico fiscale dal lavoro alle grandi rendite e ai patrimoni improduttivi.
- Redistribuzione dei redditi netti: Garantire che il salario netto sia sufficiente a coprire il costo reale della vita, che è esploso ben oltre i dati ufficiali dell’inflazione.
- Welfare universale: Un sistema che protegga chiunque cada in difficoltà, senza le attuali frammentazioni categoriali.
Finché la politica continuerà a tutelare l’accumulazione sfrenata del vertice ignorando l’erosione della base, l’Italia rimarrà un Paese profondamente ingiusto, dove la democrazia economica è solo un lontano ricordo.
