C’è un momento, per chi scrive sul web con passione e onestà, in cui smetti di farti domande tecniche e inizi a porti una questione molto più semplice e molto più amara: ma Google funziona ancora davvero?
C’è qualcosa che non funziona in Google
La mia esperienza personale mi porta a dire di no. O almeno, non funziona più come dovrebbe per chi crea contenuti originali, autentici e radicati nell’esperienza reale.
Un blog nato dalla passione, non da un algoritmo
Ho creato il mio blog mesi fa. Non un sito costruito per “piacere a Google”, ma uno spazio personale che racconta:
- i miei viaggi
- la mia passione per la fotografia
- gli itinerari, i luoghi e l’anima della Sicilia
In poco tempo ho pubblicato oltre 200 articoli, tutti originali, scritti con cura, accompagnati da fotografie reali, scattate da me e descritte nel dettaglio. Dopo circa un mese ho chiesto la monetizzazione tramite Google.
La risposta?
Richiesta non approvata: contenuti scarsi.
Una frase secca. Nessuna spiegazione. Nessun esempio. Nessuna possibilità di capire cosa fosse davvero “scarso”.
400 articoli dopo, la risposta non cambia
Non mi sono fermato. Ho continuato a lavorare.
- Sono arrivato a circa 400 articoli
- Ho migliorato la struttura del sito
- Ho curato il SEO on-page
- Ho creato una rete solida di link interni
- Ho reso il blog più ordinato, più leggibile, più professionale
Dopo un altro mese ho ripresentato la richiesta a Google.
Risultato?
Contenuti scarsi.
La stessa identica risposta. Come se nulla fosse cambiato. Come se centinaia di articoli in più semplicemente non esistessero.
Il paradosso: prima Google approvava, oggi no
La cosa più assurda è un’altra.
Prima di questo blog, avevo un portale turistico dedicato alla Sicilia. Un sito che:
- parlava degli stessi luoghi
- conteneva molti degli stessi articoli
- riceveva migliaia di visualizzazioni al giorno
Quel sito Google lo aveva approvato. Monetizzato. Premiato per anni.
Poi ho fatto una scelta chiara e trasparente:
- ho chiuso il portale
- l’ho rimosso dalla ricerca Google
- ho trasferito i contenuti nel nuovo blog
- ho aggiunto nuove esperienze, viaggi, riflessioni personali
- ho messo nome e cognome come identità editoriale
Stessi contenuti, più qualità, più umanità, più valore.
Eppure, per Google, ora è tutto “scarso”.
Google vede poco, Bing e Yahoo vedono tutto
C’è un altro dato che fa riflettere.
Se cerco il mio blog su Bing o Yahoo, ottengo centinaia di risultati: oltre 700 pagine indicizzate.
Se faccio la stessa ricerca su Google?
- 30
- forse 40 risultati
Il resto del sito sembra invisibile.
Ancora più grave: se cerco il mio nome e cognome, che coincidono con il nome del blog, non compaio nemmeno nelle prime 13 pagine di ricerca (130 risultati di ricerca che nulla hanno da vedere con quanto richiesto).
Al mio posto?
- pagine senza attinenza
- contenuti generici
- siti pieni di pubblicità
- testi riciclati, tradotti male, senz’anima
Quella che dovrebbe essere una ricerca, diventa rumore.
L’algoritmo ha smesso di capire le persone
La domanda allora è inevitabile:
com’è possibile che Google parli di “contenuti scarsi” mentre premia una quantità enorme di spazzatura web?
Testi senz’anima, scritti solo per intercettare keyword. Contenuti clonati. Siti costruiti per vendere annunci, non per raccontare qualcosa.
E intanto:
- blog personali autentici vengono ignorati
- esperienze reali non vengono riconosciute
- chi scrive con identità e voce propria viene penalizzato
L’algoritmo non misura più la qualità. Misura la conformità.
Quando Google diventa un giudice cieco
Google oggi non sembra più un motore di ricerca, ma un giudice che:
- non spiega le sentenze
- non ammette replica
- non distingue tra valore e quantità
La dicitura “contenuti scarsi” è diventata una formula vuota, buona per chiudere qualsiasi porta senza assumersi la responsabilità di motivare.
E questo è grave, perché Google decide chi esiste e chi no sul web.
Questa non è una questione personale
Questo articolo non nasce solo dalla mia rabbia.
Nasce dal disappunto di tanti creatori di contenuti che vivono la stessa situazione:
- siti curati ma invisibili
- blog autentici non monetizzabili
- identità personali schiacciate da logiche automatiche
Se Google non è più in grado di riconoscere il valore di un contenuto reale, allora il problema non è dei creator. Il problema è di Google.
Conclusione: il web merita di meglio
Io continuerò a scrivere. Continuerò a raccontare i miei viaggi, la Sicilia, la fotografia, le mie esperienze.
Ma una cosa è chiara: qualcosa nel motore di ricerca di Google si è rotto.
E finché ad essere premiata sarà la quantità senz’anima invece che la qualità vissuta, il web perderà la sua funzione più importante:
far emergere ciò che vale davvero.
