Ci mancava solo l’intervento di Ilaria Salis. In un momento storico in cui l’attenzione verso la sicurezza nazionale e la chiarezza delle posizioni internazionali dovrebbe essere massima, il volto di Avs decide di schierarsi in una direzione che lascia molti cittadini perplessi. La vicenda nasce a Thiene, nel Vicentino, ma assume rapidamente contorni nazionali. Al centro c’è la figura di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale a cui sono state revocate le deleghe per aver espresso solidarietà a Mohammad Hannoun, l’uomo accusato di aver finanziato l’organizzazione terroristica Hamas.
Mentre il sindaco di Thiene prendeva le distanze da affermazioni gravi contro l’operato delle forze dell’ordine e del governo, Ilaria Salis ha scelto di definire la revoca delle deleghe come l’esito di una “violenta campagna d’odio” e di pressioni della “destra razzista”. La domanda sorge spontanea: è lecito, in nome dell’ideologia, difendere chi si schiera apertamente con soggetti indagati per terrorismo? La vicenda va oltre la semplice dialettica politica e tocca il tema della responsabilità istituzionale.
Dalla politica alle tradizioni: un attacco su più fronti
Leggendo queste dichiarazioni, è difficile non collegare questo episodio a un contesto più ampio di smarrimento dei valori. Non si tratta solo di cronaca giudiziaria o politica estera, ma di un atteggiamento che sembra permeare una certa parte della sinistra italiana: una tendenza a guardare con sospetto tutto ciò che è identitario, tradizionale e storicamente radicato nel nostro Paese.
Il disagio percepito da molti italiani non nasce solo dalle scelte di un europarlamentare, ma si riflette nella vita di tutti i giorni e persino nelle nostre ricorrenze più sacre. L’esempio dei presepi che, in nome di un presunto inclusivismo, modificano le fattezze del Gesù Bambino o stravolgono la rappresentazione della Sacra Famiglia, è emblematico. Non è una questione cromatica o di pelle, ma di rispetto per la storia, i costumi e le abitudini tipicamente italiane.

Stranieri in casa nostra: la realtà delle nostre periferie
Questa erosione dell’identità non è teorica, è visibile basta fare un giro in un qualsiasi mercato rionale, come è capitato a me di recente nella periferia di Milano. Ma la scena potrebbe essere identica in decine di altre città italiane. Camminando tra i banchi, ci si trova immersi in una realtà che di italiano ha ben poco: una massiccia presenza di attività gestite da stranieri, donne che si aggirano silenziose con il capo rigorosamente coperto dal velo, e un vociare diffuso in una lingua incomprensibile, probabilmente araba, accompagnato da un sottofondo musicale mediorientale che copre i suoni familiari delle nostre piazze.
In quel momento, fermandomi a osservare, mi sono chiesto se fossi uscito dai confini nazionali. La sensazione, netta e amara, è stata quella di sentirmi uno straniero in casa propria. Non può esistere una cosa del genere. Non è accettabile che la fisionomia delle nostre città venga stravolta fino a renderle irriconoscibili.
Conclusioni: l’opposizione allo sfascio
Tutto questo porta a una conclusione politica inevitabile. Non può essere che, per combattere una politica che governa legittimamente perché democraticamente eletta dal popolo, ci sia un’altra parte politica all’opposizione disposta a tutto pur di tornare al potere. L’impressione è che la sinistra giochi a sfasciare ogni regola, ogni confine e ogni pilastro della nostra identità nazionale pur di attaccare l’avversario.
Difendere chi finanzia il terrore, tacere davanti allo snaturamento delle nostre tradizioni o ignorare il disagio di chi non si sente più a casa nelle proprie città non è fare opposizione costruttiva. È un gioco pericoloso sulla pelle dell’Italia, che rischia di cancellare per sempre chi siamo. Qualcuno dovrà vigilare sull’onestà dell’operato di alcune parti di alcune istituzioni pubbliche che, indirettamente o volutamente, appoggiano la sinistra in questo gioco allo sfascio della stabilità e dell’identità del Paese. Teniamo gli occhi aperti, o ci ritroveremo davvero sottomessi da usi e costumi, subdoli e violenti, che non ci appartengono.
